domenica 14 aprile 2019

MADRE 2 : nutrire corpo, mente e spirito


“Madre: tu, l’unica che ha sostituito tutto questo silenzio, una volta, al tempo dell’infanzia. Che lo prende su di sé e dice: non avere paura, sono io. Che a notte fonda ha il coraggio di essere questo silenzio per chi ha paura, per chi muore di paura. Accendi una luce, e già il rumore sei tu. E tieni la luce davanti a te e dici: sono io, non avere paura.”(Rilke)


Tornando al tema della maternità, ho avuto la grande fortuna di trovare in mia madre sia la nascita biologica, che l’inizio della mia nascita culturale e spirituale. Quest’ultima è proseguita grazie al prezioso accompagnamento di maestre, professori, allenatori e altre figure di riferimento importanti nei miei anni di formazione; ho avuto il dono inestimabile di molti educatori di qualità.



Tuttavia mia madre per prima mi ha fornito l’equipaggiamento pratico e psicologico per potermi esprimere al meglio. Mi ha comprato libri, strumenti musicali, tele e pennelli per esprimere la mia creatività. Mi ha insegnato che studiare apre la mente e che la vera cultura serve a raffinare la propria sensibilità, la propria capacità di sentire, pensare e amare. Mi ha sempre detto che non importa quale lavoro sarei andata a fare, la vera cultura, la vera educazione sono un patrimonio che nessuno avrebbe potuto mai togliermi e che avrebbe comunque reso la mia vita significativa e preziosa. 


Tutto questo è stato possibile solo perché in mia madre stessa bruciava il desiderio di crescere, di evolversi e di trascendersi. E questo, a sua volta, le era stato trasmesso dalla propria madre, in una catena a ritroso di donne umili, intelligenti e coraggiose, desiderose di migliorare le loro condizioni e loro stesse. 
Mia madre non ha potuto trasmettermi direttamente le sue esperienze e la sua saggezza: quello è un tesoro che ognuno di noi si guadagna sul campo. Tuttavia è riuscita ispirarmi col suo esempio, evocando in me il desiderio verso la conoscenza, verso ciò che è bello, giusto e buono. Non poteva farmi dono più grande, insieme al suo amore e alla sua tenerezza.


Mi auguro che ogni donna sappia essere in primo luogo madre di se stessa, cioè sappia prendersi cura di sé profondamente e pienamente per poter educare i propri figli, biologici o spirituali, alla ricchezza vitale di un’esistenza ispirata e creativa.

##Vedi il post precedente Dare alla luce


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MADRE 1: dare alla luce


“Madre è l'altro nome di Dio sulle labbra e sui cuori di tutti i nostri figli. - Mother is the name for God in the lips and hearts of little children”(The Crow - Il Corvo /W.Thackeray)



Esiste una maternità biologica, cioè il ‘dare alla luce del mondo’ e una maternità culturale-spirituale: il dare alla luce dell’anima. La grande filosofa contemporanea Maria Zambrano ha parlato di queste due nascite e di come la seconda, la nascita dell’anima, sia essenziale quanto la prima.
Senz’anima infatti, la nostra esistenza è meccanica, vuota, va avanti per inerzia e per “liste della spesa”, tappe preordinate senza un significato personale. Potremmo anche diventare super-professori con 15 lauree, ma il nostro intelletto resterebbe comunque un ammasso di nozioni accademiche e libresche , non animate da quella linfa vitale che da sempre è stata chiamata “sapienza del cuore”.


La nascita alla vita dell’anima è il parto continuo di noi stessi, della nostra unicità, della nostra autenticità. Presuppone l’intenso desiderio verso una vita profonda e significativa, unita a una passione per la trascendenza, cioè il superamento dei propri limiti di pensiero, di sentimento e di azione. Trascendersi infatti non indica necessariamente il mistico eremita che si fonde con l’Assoluto; vuol dire anche superare se stessi, il proprio egoismo, le barriere che ci separano dagli altri, dalla vita e, in sostanza,  dalla gioia.


Nascere alla luce dell’anima è nascere alla famosa ‘vita abbondante’ che Gesù ha promesso nel Vangelo. E’ un modo di stare al mondo in cui si partecipa senza interferire, si appartiene senza possedere, si gode di un fiore come di un un viaggio alle Maldive, di uno sguardo quanto di una notte di passione. 
E’ una vita di intensità, e l’intensità si gioca nella qualità, più che nella quantità. Per percepire l’intensità, per vibrare alla sua poesia, occorre essere allo stesso tempo ‘pieni’ e ‘vuoti’: vuoti dalle distrazioni, dalle frivolezze e dalle preoccupazioni quotidiane, pieni invece di ardore, attenzione e riverenza per la vita.

##Continua nel post successivo Nutrire corpo, mente e spirito



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lunedì 11 marzo 2019

STO VIVENDO DAVVERO LA MIA VITA?


-Forse non son vissuto come dovevo?-  gli venne in mente a un tratto - Ma come può essere, se ho sempre fatto ciò che tutti altri fanno, ciò che conviene fare secondo la società? Cosa mi è sfuggito?”(Lev Tolstoj “La morte di Ivan Ilic”)


Siamo costantemente immersi nel frastuono della vita quotidiana con le sue mille faccende da sbrigare: le questioni con i figli, col partner, il lavoro,  le chiacchiere  di convenienza, i social network, le bollette, le scadenze…una lista che potrebbe non finire mai. Siamo continuamente di corsa, in ansia, annaspando sulla superficie della vita per tenerci faticosamente a galla o per ottenere un briciolo di affetto e di approvazione. Potremmo continuare così fino alla vecchiaia, se abbiamo fortuna, e poi a un certo punto guardarci indietro e essere colti dal panico di fronte alla domanda: ‘Ma ho vissuto veramente?’ 

Potremmo trovarci a una resa dei conti, a un bilancio personale che non ci interroga su quanto siamo stati bravi o buoni, se mia madre sarebbe felice di me o se mio figlio avrà successo. Si tratta piuttosto di domande come ‘Ho dato un senso alla mia vita? Ho espresso le mie potenzialità, la mia unicità? O mi sono limitata a seguire la corrente, a fare ciò che hanno fatto i miei genitori, le mie amiche, quello che ci si aspettava da me? Mi sono lasciata trasportare dagli eventi oppure ho preso in mano la mia esistenza e, pur tra cadute e resurrezioni, errori e illuminazioni, ho dato pienezza e significato al mio essere qui? Ho rischiato, ho osato essere me stessa?” 


Mi viene in mente il pianto di Ivan Ilic, il protagonista della famosa novella di Tolstoj citata in apertura di questo post. Ivan Ilic è uomo affermato, con un matrimonio felice, che a un certo punto scopre di avere una malattia incurabile. Gli ultimi giorni della sua vita viene colto da un pianto esplosivo e inconsolabile; non è paura della morte, è piuttosto il dolore di aver mancato la vera vita. È il pianto primigenio, il grido esistenziale di chi solo all’ultimo si accorge di aver vissuto una vita inconsapevole - una vita senz’anima, come la definisco io.
Non seguiamo il suo esempio, torniamo a noi stessi in tempo, torniamo al nostro centro, alla nostra unicità di esseri umani. Pensiamoci adesso, alla possibilità di dare una direzione e un significato unico, creativo e pieno alla nostra esistenza. Non andiamocene con grani di sabbia che scivolano tra le dita; creiamo qualche gemma di significato, qualche momento di preziosa pienezza.


In fondo, l’unico abbandono possibile su questo pianeta è il nostro: sono io che lascio me stessa. Io mi dimentico, io non mi rispondo sul mio whatsapp interiore,  io mi lascio allontanare dalla mia autenticità, dal mio centro vitale. Gli altri rifiuti, gli altri abbandoni, sono solo variazioni su tema di questa prima perdita esistenziale, il mio io che si disperde nel mondo.
Ri-troviamoci. Ri-connettiamoci. Ri-abbracciamoci.
Sarà sull’onda di questo profondo matrimonio con noi stessi che potremo realmente incontrare e toccare il cuore di chiunque altro, sia esso mio figlio, il mio compagno, i miei genitori, i miei amici, l’umanità intera.



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giovedì 14 febbraio 2019

"TI PREGO, NON VOLERMI BENE!" - Manuela Bollani mi presenta...

M: “Sei semplicemente troppo carina per non avere un fidanzato”
S: “...E sono semplicemente troppo intelligente per averne uno”
M: “You’re just too pretty not to have a boyfriend”
S: “…And I’m just too smart to have one”



Eccomi attraverso gli occhi della mia cara amica Manuela Bollani, persona straordinaria, artista eccellente e preziosa compagna d’anima. Questa è la sua prefazione al mio libro “I figli di Lilith. Un tributo a Isolde Kurz e al Divino in ogni donna", libro che si può trovare al seguente link Sara Bini "I figli di Lilith":
"Quando la vidi entrare nell’aula attirò subito la mia attenzione. Se ne stava appartata, immersa nei libri, concentratissima e impegnatissima a prendere appunti. Fui onorata di poterle rivolgere la parola, mi incuriosiva tutta quell’energia in un corpo così minuto. 
Ben presto capii che possedeva una caratteristica che l’avrebbe distinta irrimediabilmente da tutto il resto degli studenti di quella facoltà (e non solo): studiava. O meglio, era in grado di mantenersi in pari con lo studio. Non so quanti altri universitari avessero mai posseduto questo particolare talento. In pratica, non studiava solo l’ultimo mese prima dell’esame. No, lei si teneva in pari con gli argomenti e, via via che venivano spiegati a lezione, li riguardava sui libri. Dopo poche lezioni la vidi leggere (sottolineare, persino) il manuale indicato nel programma di esame, un testo che io e gli altri studenti avremmo avvicinato, nel migliore dei casi, solo a tre settimane circa dalla data di appello. Provai un senso di fastidio…non si fa, almeno non pubblicamente! Possibile che poi fosse pure simpatica? La curiosità mi spinse a seguirla ed inseguirla per tutto l’arco degli studi universitari e pure oltre, scoprendo una donna gentile e ironica, brillante e accogliente, profonda e leggera al tempo stesso.


Ad ogni modo, la sua vita privata rimase un bel mistero, sembrava essere una single per antonomasia. Inizialmente mi era persino venuto il dubbio che l’amore semplicemente non le interessasse, sembrava preferire di gran lunga un Lied tedesco, una suite per violino o un bel dolce alla crema. Scoprii solo successivamente che anche lei veniva distratta dai maschietti e che anzi la facevano dannare non poco. Semplicemente, si vendeva cara. Il suo innato spirito di indipendenza era supportato da anni e anni di pratiche meditative, assolutamente necessarie a qualsiasi donna risvegliata che volesse tentare di avere a che fare in modo sano col sesso cosiddetto “forte”. 


Fondamentalmente, credo incarnasse quel ruolo di preservatrice del bello e del sacro che Isolde Kurz auspicava per le donne. Questo l’ha portata talvolta a difendersi persino dalle donne stesse. Non a caso la nostra amicizia ha raggiunto l’apice quando ci siamo dette “Ti prego, non volermi bene!”, riconoscendo in quella richiesta una necessità di indipendenza, una fuga da quella protezione materna che talvolta si ritrova tra amiche e trasforma l’affetto in una forma di invadenza tutta femminile.
Ora ve lo posso dire: emancipata dall’idea del maschile come necessario e depurata dall’apprensione tipica del Maternage, Sara splende come donna lilithiana, materiale e spirituale al tempo stesso, e portatrice di una cultura che con la sua ironia e il suo acume riesce a mettere costantemente in discussione. Buona lettura!"


Manuela Bollani

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sabato 26 gennaio 2019

CHI È LA PERSONA ‘SPIRITUALE'? 2: il tranello del ‘lo fanno tutti’


“Ed eccomi qui, una donna di ormai 40 anni: meno bellezza,  meno sex-appeal, meno possibilità di maternità…È tutta una vita che aspetto a gloria questo momento!!!”(Sara Bini)


Oltre a quanto scritto nel post precedente, la persona ‘spirituale’ di solito ha pure un’etica, altra parolaccia  che occorre un po’ chiarire. ‘Etica’ infatti non si riferisce alla morale ipocrita attualmente in voga per cui ognuno si accomoda i valori a suo uso e consumo. 
Se, per esempio,  la persona spirituale ha l’ideale dell’onestà e dell’integrità, non cercherà di far carriera a danno degli altri, giustificando le proprie bassezze con il classico ‘tanto tutti fanno così’. Se crede nell’innocuità, non esiterà a sacrificare una relazione clandestina in nome della chiarezza e del rispetto di tutti gli attori coinvolti nel gioco.


Da quanto ho scritto, si può dedurre un’altra caratteristica importante della persona spirituale: se necessario, sa andare oltre se stessa, oltre il suo egoismo, oltre la bolla dei suoi bisogni e desideri. È capace di ciò non solo per amore di un figlio o di una persona cara, ma sostanzialmente lo farebbe per chiunque, perché comincia a sentirsi parte di un Qualcosa che trascende la sua singola persona. Comprende nel profondo che danneggiare un altro essere umano, anche se un po’ antipatico oppure totalmente sconosciuto, significa danneggiare l’organismo vitale di cui anche lei stessa fa parte.



Altra cosa interessante, la persona spirituale molto spesso  non saprebbe definire cos’è ‘Spirito’; potrebbe perfino dichiararsi atea o agnostica. Eppure la sua vita si apre al potere della Vita ed è testimonianza concreta di fiducia in Essa. Anche se non ha ancora avuto esperienze mistiche,  chi si trova su sentiero di ricerca interiore sente che la propria percezione è limitata e la mette ragionevolmente in dubbio. Parte dal presupposto che, se si sa contare solo fino a sette, ciò non significa che l’otto non esista.


Quando poi tale persona comincia ad assaggiare esperienze di trascendenza, ossia esperienze di bellezza, gioia e amore incondizionato,  è anche abbastanza naturale che tenda a prediligerle rispetto a un chilo di bistecca alla fiorentina o a un’ora di sesso selvaggio. Questo potrebbe spiegare come mai la parola ‘spirituale’ venga in generale associata a qualcosa di ‘ascetico’ o, nel migliore dei casi, di ‘etereo’ o ‘morigerato’. In realtà, questa persona ha semplicemente trovato piacere e attrazione anche in altro, e questo senza nulla togliere a bistecca e affini.


Si tratta perciò d'imparare un sano equilibrio dove tutto trova il proprio posto e il proprio spazio di espressione. Tale equilibrio sarà necessariamente soggettivo e dinamico, poiché ognuno ha un rapporto diverso con i propri bisogni e  desideri, che a loro volta mutano nel tempo secondo il ritmo dell’evoluzione.
Concludendo, ‘spirituale’ è la persona che, invece di lamentarsi del mondo, ne risolve dentro di sé le brutture e le contraddizioni; invece di decorare e rendere confortevole la caverna platonica, tenta in qualche modo di uscirne; invece di rallentare o render più piacevole la ruota al criceto, lo libera. 

##Vedi il post precedente Una razza sospetta


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CHI È LA PERSONA ‘SPIRITUALE’? 1: Una razza sospetta


“…aveva buchi in tasca 
aveva buchi nelle sue mani 
sembrava un fuori legge che parlava alla sua amante
Era un uomo spirituale  
- He had holes in his pockets
He had holes in his hands
He looked like an outlaw talkin' to his lover
He was a spiritual man”(Toto ‘Spiritual Man’)


Ogni tanto mi diverto a osservare le reazioni di alcune persone quando, per qualche motivo, mi capita di affermare  che “sono una donna tendenzialmente spirituale”. 
Ho notato che c’è molta confusione intorno a questa parola. Chi mi conosce superficialmente resta un po’ sbigottito di fronte a tale affermazione, perché non vede in me né l’apparenza né tantomeno i modi che si aspetterebbe da un Gandhi o da una Santa Teresina di Lisieux. D’altro parte, alcune donne mi guardano con feroce pietà come se  stessi facendo un outing doloroso del tipo: “Sono brutta e cattiva, non posso avere figli e mi chiuderò presto in convento.”


Infine, alcuni uomini entrano in stato di allarme come se avessi detto loro: “Guarda che non te la dò”, il che non è necessariamente vero, ma lo diventa subito quando colgo lo spavento e la rabbia nei loro occhi. D’altronde, almeno per me, non c’è niente di meno afrodisiaco di un uomo ancora potentemente identificato con istinti, pulsioni e frattaglie corporee varie.
Detto questo, giusto per chiarire un po’ il concetto, l'individuo  spirituale non è né un asceta né un crocerossino né un’algida creatura senza emozioni o sentimenti. A seconda del suo percorso e delle sue scelte, può sposarsi, far figli, far soldi, far sesso, far successo, dolersi o rallegrarsi, arrabbiarsi o intenerirsi, esattamente come ogni altro essere umano. Quindi la differenza non va tanto vista in termini di ‘cosa’ ma di ‘come’, cioè non in termini quantitativi ma di qualità della vita. Occorre quindi considerare l’atteggiamento di base e anche la prospettiva ultima attraverso cui la persona ‘spirituale’ percepisce la realtà e la propria esistenza.


Parafrasando il buon Gesù, la persona ‘spirituale’ vive nel mondo ma senza appartenere al mondo, cioè non è più totalmente determinata da emozioni, pulsioni, credenze e convinzioni proprie o altrui. Questo ‘alleggerimento’ rispetto all’ingombrante marasma della propria personalità apre uno spazio di libertà e di scelta nella sua vita. 
Ciò fa sì che i desideri non realizzati possano essere differiti senza troppo dolore e in alcuni casi perfino trascesi, rendendo l’individuo meno ansioso, meno possessivo e meno carico di aspettative sul suo malcapitato prossimo. Svilupperà un atteggiamento molto più responsabile e si sentirà sempre meno vittima degli avversi numi, del cattivo karma o semplicemente della sfiga, sforzandosi piuttosto d’imparare la lezione di saggezza celata dietro l’apparente caos della propria vicenda terrena.

##Continua nel post seguente Il tranello del 'lo fanno tutti'


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domenica 13 gennaio 2019

COS’È CHE CURA 2? - I portatori di armonia


“Nell’ultima storia che ho avuto, beh, io le sono stato sempre vicino e lei mi ha piantato. Gliel’ho rinfacciato. Le ho detto: “Ricordi quando è morta tua nonna? Io ero lì, per te. E quando fosti bocciata? Io ero lì, per te. Ricordi quando hai perso il lavoro? Io ero lì, per te!” E lei: “Lo so. Porti sfiga!” (Tom Arnold)


Carl Rogers, uno dei padri della psicologia umanistica e del counseling, osserva che, alla resa dei conti, per favorire una modificazione costruttiva nella personalità del cliente non occorrono chissà quante e quali tecniche fantascientifiche. Nello specifico, la sua ‘ricetta’ curativa prevede pochi, ‘semplici’ ingredienti come ‘la considerazione positiva incondizionata’ del terapeuta o del counselor nei confronti del cliente e la ‘comprensione empatica’ del suo mondo interiore.
A mio avviso, ‘considerazione positiva incondizionata’ e ‘comprensione empatica’ non sono altro che due nomi in più per ‘amore -  e qui risulta molto chiaro come non si tratti dell’amore emotivo e personale che comunemente intendiamo. Si tratta piuttosto di una ‘radianza’, un’ onda avvolgente di energia che, riducendo al minimo le frequenze disarmoniche tipo ‘possesso’, ‘ansia’ o ‘aspettativa’, comunica all’altro un ‘Io per te ci sono. Vai bene così, ti accolgo come sei’.


Non a caso quando c’imbattiamo in un dottore o in un terapeuta in gamba ma anche in un insegnante o in un allenatore validi, esprimiamo commenti del tipo “mi fa sentire tranquillo” “m’infonde serenità e fiducia” “mi dà forza” “m’incoraggia”, “m’ispira e mi aiuta a superare i miei limiti” o “mi sento pienamente accettato”. Si tratta di individui che, consapevolmente o inconsapevolmente,  incarnano dei modelli di armonia, cioè delle qualità positive e costruttive che si trasmettono o comunque vengono percepite da chi sta loro intorno.
Quindi, come indicazione pratica, quando siamo in difficoltà e ci affidiamo a qualcuno, oltre alle competenze tecniche e ai certificati alle pareti, cerchiamo di prestare attenzione anche alle competenze umane e al riverbero interiore che la presenza di quella persona evoca in noi.

##Vedi il post precedente Il campo magnetico del Cuore




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