“Fu vero amore? No, furono gli appelli dell’università di Pisa.”(cit.)
È ammirevole come, in cinquant’anni di vita, io abbia giocato così male le mie carte relative al rapporto sentimentale. Del resto, tutti siamo su questo triste pianeta a imparare qualcosa, e io sono arrivata con un debito scolastico millenario sul tema dell’amore.
Da poetessa e scrittrice, ho sempre preferito le famose farfalline nello stomaco, che perlopiù si sono rivelate piattole, al verificare la possibilità di costruire qualcosa di concreto e armonioso con il potenziale partner. Ho perfino tentato il matrimonio, che dopotutto è stato quanto di più vicino all’amore ho potuto sperimentare; da allora, sono sola.
Per almeno quattro volte, nella mia vita, trovandomi a un bivio, l’infatuazione superficiale mi ha portato a scegliere persone evanescenti, immature, inaffidabili o che scoprivo poi essere impegnate, piuttosto che uomini autentici, costruttivi e profondamente innamorati di me. Devo dunque imputare alla mia scarsa lucidità e al mio temperamento impulsivo se non sono mai riuscita ad avere una relazione seria e amorevole, di quelle che si possono ricordare senza un crampo di gastrite.
E pazienza, sarà per il prossimo giro, nella speranza di aver appreso che l’amore è soprattutto presenza, casa, supporto e vicinanza: non maternage di adolescenti mai cresciuti, titanici tentativi di sanare gli insanabili o illusori fuochi di artificio poetici. Sono vecchia, ma ormai darei tutta la mia poesia e la mia musica per sperimentare, almeno una volta nella vita, una relazione in cui mi senta protetta, accolta, sostenuta, e realmente amata.
La Via della Poesia




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