mercoledì 8 agosto 2018

SCELTE - Choices

“Il sesso sicuro è molto importante. Ecco perché ho scelto di non fare più l’amore sulle impalcature.”(Jenny Jones)

“…Eh lo so, dispiacerebbe anche a me perdere una donna come me. Ed è per questo che ti lascio: per non perdermi.”(Sara Bini)



Dimmi cosa scegli e ti dirò chi sei, potrebbe essere il sottotitolo di questo articolo. Come scrive Massimo Rodolfi nel suo libro “Corso Pratico di Meditazione”, solo quando abbiamo esaurito tutte le possibilità di una certa esperienza, possiamo non esserne più totalmente condizionati e si può decidere in modo intelligente. 
Intelligenza viene da ‘intelligo’ ossia ‘scegliere tra’; dunque bisogna quantomeno essere in grado di vedere le alternative, gli scenari possibili oltre ciò a cui siamo normalmente abituati. In caso contrario, si va in automatico, ossia siamo ‘scelti’, cioè determinati e condizionati da forze e meccanismi  materiali e psicologici molto più potenti di noi. 



Poter e voler scegliere, dunque,  è un esercizio di libertà. È inoltre un esercizio di consapevolezza e responsabilità: manifesta la volontà di creare e ricreare le nostre vite su nuovi parametri, si spera più armoniosi e più degni della nostra natura di esseri umani. 
Nella mia esperienza, ho notato che ogni scelta  importante chiama in causa la mia identità: scelgo (spesso inconsapevolmente) sulla base di chi penso di essere. Faccio un esempio standard: se di base mi identifico solo con un corpo dotato di qualche pensiero ed emozione, necessariamente le mie scelte si dirigeranno verso la ricerca del comfort e dei piaceri sensuali o dell’appagamento del mio bisogno di sicurezza e approvazione. Sotto quest’ottica, anche la spiritualità sarà vista in senso consumistico: un modo un po’ più raffinato di soddisfare o cercare di soddisfare i propri desideri personali.


Se invece sento di essere anche altro, rispetto a un agglomerato di corpo/pensieri ed emozioni, se sento  in me un’individualità non riducibile ai confini fisici e mentali, allora le mie scelte risponderanno a richiami che vanno oltre la mia zona di comfort e i miei interessi personali. Ne sono la testimonianza quelle donne e quegli uomini che hanno segnato positivamente la storia dell’umanità, insegnando ai popoli più con le loro azioni, che con le semplici parole.


Tuttavia, anche senza scomodare loro, molti di noi riescono a compiere scelte che travalicano i propri interessi personali e vanno in direzione di ideali come l’innocuità e la fratellanza, l’onestà e la coerenza, la libertà e l’amore. Questo, tra l’altro, avviene spesso nel campo di battaglia della vita quotidiana, nelle tante decisioni e prove di ogni giorno, con le quali in fin dei conti ci rapportiamo a noi stessi e al mondo.
In sostanza, messi di fronte a una scelta significativa, oltre a riflettere sui pro, sui contro e sulle possibili conseguenze,  potremmo anche chiederci: “Chi sono? Chi voglio essere o diventare? Cosa voglio testimoniare, nella mia vita, con questa scelta?”


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lunedì 30 luglio 2018

È TUTTO QUI? - IS THAT ALL THERE IS? - Seconda parte

“-Tu così di getto, spontanea, dici delle cose alla gente che io, Senya, neppure a leggerle riuscirei a pronunciarle – Alex si soffermò un attimo – O a pensarle – aggiunse.
Lei ebbe una strana espressione. Era un misto di dolce e triste, anzi no, era di una tale dolcezza che risvegliava nostalgia in chi la guardava, come il ricordo di qualcosa perduto.”(Sara Bini ‘Storie’ )

English version at the link IS THAT ALL THERE IS? : second part



Ho trovato una delle più belle descrizioni di questo struggente ‘sentimento dello Straniero’ in un testo di Hans Jonas sullo gnosticismo. Lo riporto per intero, perché mi ci riconosco e mi commuove, perciò penso possa essere una bella immagine su cui riflettere:  
“Straniero è ciò che proviene da un altro luogo e non appartiene a questo qui. A coloro che sono di qui appare strano, non familiare e incomprensibile; ma il loro mondo è altrettanto incomprensibile allo straniero che viene ad abitarvi e simile a una terra estranea dove si trova lontano da casa. Soffre perciò il destino del forestiero che è solitario, senza protezione, incompreso e incapace di comprendere, in una situazione piena di pericoli. Angoscia e nostalgia della patria sono parte del destino dello straniero. 


Egli che non conosce le strade del nuovo paese girovaga sperduto; se impara a conoscerle troppo bene, dimentica di essere uno straniero e si perde in senso diverso, soccombendo all’attrattiva del mondo ospite e diventando estraneo alla propria origine. Anche questo fa parte del destino dello straniero: nell’alienazione da se stesso l’angoscia è sparita ma questo fatto è proprio il culmine della sua tragedia. La reminiscenza della sua origine, il riconoscimento del suo esilio per quello che è e il risveglio del desiderio della patria è l’inizio del ‘ritorno’.


Tutto questo appartiene al lato di ‘sofferenza’ dell’estraneità, perché è incomprensibile alle creature di questo mondo. Tuttavia in questa ‘diversità’ e in parte ‘superiorità’ dello straniero, che lo distingue anche quaggiù, sebbene segretamente, sta la gloria del suo regno nativo, che non è di questo mondo. In tale situazione lo straniero simboleggia l’oltre, il remoto, l’inaccessibile, e la sua singolarità ha una sorta di maestà. […]
L’uomo e la donna ‘stranieri’ raccontano il dramma della luce esiliata dalla Luce, della vita esiliata dalla Vita e coinvolta nel mondo: la storia della sua alienazione e del suo ritrovamento, della sua discesa nella Materia e della sua risalita verso lo Spirito.”(Hans Jonas “Lo Gnosticismo”)



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È TUTTO QUI? - IS THAT ALL THERE IS? - Prima parte

“Allora mi sono detta:
E’ tutto qui?
Tutto qui?...
Se è tutto qui, amici miei, allora continuiamo a ballare.
Stappiamo l’alcol e facciamo baldoria. -  And I said to myself 
Is that all there is ? "
Is that all there is?
If that's all there is, my friends, then let's keep dancing
Let's break out the booze and have a ball
If that's all there is.”(Peggy Lee)



Ho riportato in apertura un pezzo della canzone di Peggy Lee “Is That All There Is?” che si potrebbe tradurre con un “Sta tutta qui la vita?”. Non so se vi è mai capitato di porvi questa domanda, di guardarvi intorno un po’ spaesati e chiedervi “Ma questo è tutto quel che c’è? Possibile che la vita stia tutta qui, nel lottare per un lavoro, per una posizione sociale, nel cercare marito o moglie, fare figli, sperare nella pensione, invecchiare e morire?”
Se almeno una volta avete fatto questa riflessione, che magari vi ha anche un po’ spaventati, benvenuti allora nel ‘club degli stranieri’ o, come talvolta definisco scherzosamente ‘il club degli estraniati’. Io ne sono un membro onorario, perché è praticamente da quando sono qui che incarno questa domanda, questa struggente nostalgia verso orizzonti più vasti e verso una vita più libera, creativa e intensa.


Sto parlando di una tensione esistenziale che non si può risolvere  in senso  materialistico e quantitativo, tipo più relazioni, più viaggi, più studio, più soldi, più comfort. No, è piuttosto un reclamare il nostro diritto alla pienezza e alla felicità durature, un diritto sancito da un’origine spirituale, non puramente materiale. Il corpo invecchia e muore; la Vita, lo Spirito, no. Si tratta quindi del ricordo di un’altra Patria, di un’altra dimensione in cui siamo creatori di realtà armoniose e non vittime di circostanze opprimenti, di leggi fisiche, di governi inconcludenti e catastrofi naturali.


La nostra situazione ricorda un po’ la Parabola del Figliol Prodigo, che dallo splendore della Casa del Padre si ritrova a mangiare il cibo dei porci. È quindi la storia della nostra anima, intesa come il nostro più intimo essere, la nostra scintilla di luce che si perde nelle esperienze del mondo e si scorda chi è e da dove viene. 
Inizia così la sua disperata ricerca di pace e felicità nel fidanzato, nella famiglia, nella salute, nel lavoro fisso - in breve, in una realtà per sua natura instabile e illusoria. Così facendo, salta di desiderio in desiderio, e spesso di delusione in delusione, dimenticando se stessa e la sua intrinseca bellezza e completezza.



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sabato 28 luglio 2018

L’AMORE INCONDIZIONATO 2 - Amici e partner

“Le mie relazioni? Meglio non prenderle sul personale.”(Sara Bini)


Detto questo, nella mia modesta esperienza, posso riassumere in una formula basica e forse banale ciò che ho compreso e in parte realizzato sull’amore incondizionato: “Ti prendo/ti accetto esattamente così come sei ora e non voglio niente da te.” Applicato quanto sopra, restano comunque in vigore i parametri del buonsenso: accettare l’altro incondizionatamente non significa per forza mangiarci la pizza insieme tutte le domeniche o restarci sposato a vita, se ciò provoca sofferenza in uno dei due o in entrambi. 
L’amore incondizionato parte piuttosto da un atteggiamento di serenità interiore, che si traduce spontaneamente in gesti esteriori di maggiore lucidità, empatia e accoglienza verso gli altri, verso se stessi e verso il mondo. In effetti non è possibile applicare tale formula al prossimo se non  abbiamo cominciato, almeno in parte, a sperimentarla su noi stessi. In sostanza, possiamo accettare sinceramente gli attuali limiti dell’altro solo nella misura in cui ci siamo un po’ riconciliati con i nostri.


Così l’amore va a comporsi e colorarsi di quelle squisite note di presenza ‘Io ci sono’ e non-giudizio ‘Vai bene proprio così come sei’ che rendono tale sentimento cura, trasformazione, co-creazione.
Da parte mia, devo davvero chiedere scusa ai miei amici più stretti e ai miei ex-partner, caricati indebitamente con il peso delle mie richieste e delle mie aspettative. Con loro ho fatto spesso e volentieri l’errore della madre, che intravede le potenzialità del figlio e vorrebbe vederle attualizzate in un battibaleno. Invece, a fatica, comincio a comprendere che l’altro, sia esso genitore, figlio, amico o fidanzato ha tutto il sacrosanto diritto di:
  1. Sotterrare i suoi talenti e non volerli esprimere.
  2. Esprimerli o realizzarli nei tempi e nella misura che sono congeniali a lui o alla vita, e non a me.
Rispetto e amore alla fine significano proprio volere ciò che l’altro può e vuole - e anche salutarsi, se i nostri sentieri di vita non si armonizzano o addirittura s'intralciano a vicenda. Questo non implica che l’uno sia migliore dell’altro in assoluto, perché la Vita ha sempre ragione e ne sa sempre più di noi, per quanto ‘avanti’, ‘illuminati’ o 'amorevoli’ pensiamo di essere.



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L’AMORE INCONDIZIONATO 1: Genitori e figli

“Se mia madre mi amasse davvero, mi lascerebbe in pace, preparandomi magari un bel piatto di panini caldi farciti con la salsiccia. Quello sarebbe un vero gesto d’amore.”(Lee Ward Shore)



Ad essere onesti, non mi sono mai sentita un granché tagliata per l’amore. Tuttavia la vita porta tutti, prima o poi, a confrontarsi con questa forza universale e pian piano a comprendere che, applicata saggiamente, può realmente guarire le nostre relazioni, dalle più intime alle più superficiali. 
Oggigiorno, complice la New Age ma anche un certo raffinamento della coscienza umana, si fa un gran parlare (e talvolta straparlare) del cosiddetto ‘amore incondizionato’. Togliendo il modello divino, la forma umana che probabilmente più si avvicina a questo potente ideale è il sentimento del genitore verso il figlio. Non a caso si parla di Dio-Padre e non di Dio-Marito o di Dio-Datore di Lavoro.


Non sono madre ma, da figlia, posso osservare che anche nell’amore materno e paterno ci sono ampi margini di perfezionamento, specie nella direzione dell’‘incondizionato’. Talvolta infatti, il genitore può proiettare sul figlio il suo bisogno di affetto non risolto, i suoi obiettivi di vita non raggiunti o, nel migliore dei casi, le proprie aspirazioni evolutive non realizzate.
Desiderare il meglio per il figlio è un nobile istinto del genitore: bisogna solo vedere se il ‘meglio’ inteso dal genitore coincide poi con il ‘meglio’ previsto per la sua creatura. Questa, effettivamente, potrebbe manifestare un cammino evolutivo totalmente diverso, se non altro come tempistiche, da ciò che si aspettano il padre o la madre.

##Continua nel post seguente L’AMORE INCONDIZIONATO 2 - Amici e partner


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domenica 8 luglio 2018

ROLLING WESTWARD 7 : Mai senza le scarpe

“Arrivedorci!”(Ollio)


L’ultimo giorno della vacanza, come c’era da aspettarsi, le nostre due beniamine vengono colte da un inevitabile attacco di shopping compulsivo. A essere onesti, Axly già dal mattino precedente puntava tutti i  negozi di scarpe lungo la strada.
“Vai, Axly, sfogati” le concede bonariamente Micky “Io sono ben al di sopra di queste luride, materialistiche debolezze femminili.”
Invece è proprio lei ad aggiudicarsi il primo paio di scarpe, lottando come una leonessa per dei sandali blu a 15 euro.
“Beata te, che con quei piedini lillipuziani da portoghese, hai trovato il tuo numero” sospira Axly con invidia “Il mio purtroppo non c’è!”


Ma Axly è una tosta: mentre aspettano l’autobus per l’aeroporto, folgorata da un’improvvisa intuizione, la ragazza si fionda al galoppo nell’ennesimo negozio di scarpe. Ne esce vittoriosa e trionfante  mostrando il suo bel paio di sandali numero 40 e infilandosi a corsa nel bus in partenza.
“Ora possiamo davvero tornare in Italia” bofonchia soddisfatta.
Il viaggio di ritorno, ormai sprovvisto della grazia di Dio concessa all’andata, si rivela una vera e propria odissea tra code, ritardi, perquisizioni personali e controllo dei bagagli. Alla fine tuttavia, le duplici riescono a riportare in Italia quasi tutto, specialmente le proprie dolenti frattaglie e i preziosi sandali. Unica cosa che non passa la frontiera: la mitica sardina. 

##Vedi i post precedenti


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ROLLING WESTWARD 6: Dolenti frattaglie

“Padre, benedici questa merenda che sto per digerire male” (Sara Bini)


La mattina seguente, la strana coppia inizia ad accusare i primi colpi di un’alimentazione a dir poco sregolata. 
Axly, seriamente intollerante e allergica ai latticini, ormai pasteggia a torte al formaggio e enzimi anti-diarrea, il tutto intervallato da polpettoni di baccalà fritto a ogni ora del giorno e della notte. Micky da parte sua ha preso la fissa della crema e dei dolci all’uovo, per un totale di sedici uova nel giro di tre giorni; una gioia per il fegato, senza contare le sardine fritte di cui fa un uso improprio e spropositato. 


“Direi di prendercela calma per oggi, e di non programmare viaggi a lungo raggio che includano posti senza bagni” propone quel mattino Axly, uscendo per la dodicesima volta dalla toilette. Micky si limita ad annuire, col fegato che le balla la macarena.
Così le duplici scarpinano su e giù per i vari “miradouros” di Lisbona, ripassando ancora una volta dall’Alfama, con conseguenti crisi mistiche di Micky. Quella sera non mancano una doverosa visita a “O fantastico mundo da sardinha” e una folle corsa in taxi verso un locale fantasma terminata in gran mangiatoia nel primo ristorante a disposizione.

##Continua nei post precedenti e termina nel successivo



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