martedì 25 ottobre 2022

LA LINGUA DELLE COSE MUTE

“Le parole falliscono, ci sono momenti in cui anche loro falliscono.”(Samuel Beckett)

English version at the link:The language of silent things

A volte mi diverto a fare un gioco di accostamento, giustapposizione e dialogo su di un determinato tema, tra i miei scrittori e intellettuali preferiti. Mi diverto male, ne sono consapevole, ma evidentemente ognuno ha i piaceri - o le perversioni - che si merita. 

Qui di seguito ho messo confronto le parole di due autori austriaci tratte da due loro famose opere: il filosofo Ludwig Wittgenstein con il finale del suo Tractatus Logicus-Philosophicus e il poeta e drammaturgo Hugo von Hofmannsthal con la toccante chiusura alla sua Lettera di Lord Chandos. 

I temi salienti sono l’ineffabile, l’epifania del reale e il linguaggio alle soglie del silenzio. Per me, che sono poetessa, tale linguaggio è senza dubbio quello poetico, tuttavia è meraviglioso vedere come filosofia e letteratura possono essere due strumenti diversi ma complementari per tentare di narrare, cantare o esplorare l’insondabile, inafferrabile Mistero della stessa Vita. 

Qui di seguito il link al video con la lettura del testo e poi il testo stesso.


Video su Youtube: Duetto tra Wittgenstein e Hofmannsthal 

Duetto:


Wittgenstein: Noi sentiamo che, anche se si dà risposta a tutte le domande scientifiche possibili, i problemi della nostra vita non risultano ancora neanche toccati. Certo non rimane allora proprio nessuna domanda; e proprio questa è la risposta.

Hofmannsthal : In tali momenti una qualsiasi creatura insignificante, un cane, un topo, un insetto, un melo intristito, una carrareccia che si snoda sulla collina, una pietra muscosa vengono a significare per me assai più dell’amante più bella e generosa nella più felice delle notti. Queste creature mute, talvolta inanimate, si levano verso di me con una tale pienezza, una tale presenza d’amore, che il mio occhio allietato non riesce a scorgere intorno nulla che sia morto. 

Wittgenstein: Vi è in effetti qualcosa di indicibile. Ciò si mostra, è il mistico.

H: Mi pare che tutto, tutto quello che c’è, tutto di cui mi sovviene, tutto quanto sfiorano i miei confusi pensieri, sia qualche cosa.  Anche la pesantezza, la strana ottusità del mio cervello mi appare come una qualche cosa. Sento dentro di me e attorno a me una solleticante infinita rispondenza, e tra gli elementi che si contrappongono nel gioco non c’è alcuno in cui non sarei in condizione di trasfondermi. Mi sembra allora che il mio corpo sia fatto di pure cifre, che mi rivelano il segreto di ogni cosa. O che potremmo entrare in un nuovo significante rapporto con tutto il creato, se cominciassimo a pensare col cuore. 

Wittgenstein: Le mie proposizioni chiarificano qualcosa perché colui che mi comprende le riconosce, alla fine, come insensate, quando egli attraverso esse – su di esse – le ha oltrepassate. (Egli deve per così dire gettar via la scala dopo averla usata per salire.)

Egli deve trascendere queste proposizioni, e allora vede il mondo correttamente.

Hofmannsthal: Ma quando questo strano incantamento mi abbandona, non sono capace di parlarne, e non saprei spiegare con parole sensate in cosa sia consistita questa armonia che compenetra me e il mondo intero e in qual modo mi si sia palesata, esattamente come non potrei precisare i moti delle mie viscere e i sussulti del mio sangue. […] perché la lingua in cui mi sarebbe dato non solo di scrivere, ma forse anche di pensare, non è il latino né l’inglese né l’italiano o lo spagnolo, ma una lingua di cui non una sola parola mi è nota, una lingua in cui mi parlano le cose mute, e in cui forse un giorno, nella tomba, mi troverò a rispondere a un giudice sconosciuto.

Wittgenstein:: su ciò di cui non si può parlare, occorre tacere.  

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THE LANGUAGE OF SILENT THINGS

“Words fail, there are times when even they fail.”(Samuel Beckett)

Versione italiana al linkLa lingua delle cose mute

Sometimes I have fun playing a game of juxtaposition, juxtaposition and dialogue on a particular topic, among my favourite writers and intellectuals. I am badly amused, I am aware, but evidently everyone has the pleasures - or perversions - they deserve. 

Here I have compared the words of two Austrian authors from two of their famous works: the philosopher Ludwig Wittgenstein with the ending of his Tractatus Logicus-Philosophicus and the poet and playwright Hugo von Hofmannsthal with the touching closing to his Letter from Lord Chandos. 

The salient themes are the ineffable, the epiphany of the real and language at the threshold of silence. For me, as a poet, such language is undoubtedly that of poetry, yet it is wonderful to see how philosophy and literature can be two different yet complementary tools for attempting to narrate, sing or explore the unfathomable, elusive Mystery of Life itself.

Duet:


Wittgenstein: We feel that even if all possible scientific questions be answered, the problems of life have still not been touched at all

Hofmannsthal: In these moments an insignificant creature-a dog, a rat, a beetle, a crippled apple tree, a lane winding over the hill, a moss-covered stone, mean more to me than the most beautiful, abandoned mistress of the happiest night. These mute and, on occasion, inanimate creatures rise toward me with such an abundance, such a presence of love, that my enchanted eye can find nothing in sight void of life. 

Wittgenstein: There is indeed the inexpressible . This shows itself; it is the Mystical.

Hofmannsthal: Everything that exists, everything I can remember, everything touched upon by my confused thoughts, has a meaning. Even my own heaviness, the general torpor of my brain, seems to acquire a meaning; I experience in and around me a blissful, never-ending interplay, and among the objects playing against one another there is not one into which I cannot flow. To me, then, it is as though my body consists of nought but ciphers which give me the key to everything; or as if we could enter into a new and hopeful relationship with the whole of existence if only we begin to think with the heart.

Wittgenstein: My propositions serve as elucidations in the following way: anyone who understands me eventually recognizes them as nonsensical, when he has used them—as steps—to climb beyond them. (He must, so to speak, throw away the ladder after he has climbed up it.)

   He must transcend these propositions, and then he will see the world aright.

Hofmannsthal: As soon, however, as this strange enchantment falls from me, I find myself confused; wherein this harmony transcending me and the entire world consisted, and how it made itself known to me, I could present in sensible words as little as I could say anything precise about the inner movements of my intestines or a congestion of my blood[…]because the language in which I might be able not only to write but to think is neither Latin nor English, neither Italian nor Spanish, but a language none of whose words is known to me, a language in which inanimate things speak to me and wherein I may one day have to justify myself before an unknown judge.

Wittgenstein: Whereof one cannot speak, thereof one must be silent.

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domenica 4 settembre 2022

LUCE DI CRISTALLO

“…pura luce che si è fatta materia.”(AlbaSali)

English version al link : Crystal Light

Crystal Light è fondamentalmente una dolce preghiera alla Luce, concentrata nell’immagine del cristallo, uno dei testimoni più antichi  e più belli delle origini dell’universo. ‘Cristalli’ è anche il titolo della raccolta di poesie che intendo pubblicare a breve. È il mio appassionato omaggio alla Luce che, in un estremo slancio di amore, s’imprigiona nella materia densissima, e cioè nello stato minerale. 

Questa canzone nasce da un momento di sconforto e disorientamento, in cui tendo a percepire la mia vita appunto come prigione, frustrazione, stasi. Complice la situazione di pan-demenza e affini, da più di due anni fatico a vedere un risultato al mio impegno, i miei sforzi sembrano andare a vuoto e non sento corrispondenza in nessun ambito del mio vivere quotidiano. Da qui l’invocazione a un tipo di luce metafisica che mi aiuti a vedere chiaro, a riscoprire l’amore laddove ne percepisco l’assenza, il senso dove sembra regnare soltanto l’insignificanza. 

Se tuttavia prendo le distanze dal mio male di vivere, ‘Crystal Light’ rappresenta comunque il processo alchemico della creatività che trasforma la sofferenza in canto, conferisce all’inquietudine un po’ di  bellezza e rende dignitosa, forse perfino sopportabile,  la sconfitta. 

Qui di seguito il video, il testo e la traduzione della canzone. 

CRYSTAL LIGHT


Crystal clear,

don’t wanna a live in fear

I’m wasting my best years

Crystal light,

refracted in my eyes

it burns, it makes me blind


But still, I crave that loving kiss

by now i got it missed

and lost my inner glow


I go, heartbroken through the nights

my feelings crystallized 

unheard and undesired


Crystal clear,

this love is just unreal

unlived through days and years

Crystal light

refracted in my mind

will ever make it shine?


and still, I crave that loving thrill

by now I just feel ill

I lost my inner glow

and so, no reason to stay here

no reason to keep trying

forgive me crystal light

forgive me crystal light

crystal light

LUCE DI CRISTALLO


Chiaro come il cristallo,

non voglio vivere nella paura

sto sprecando i miei anni migliori

Luce di cristallo,

rifratta nei miei occhi,

brucia, mi rende cieca


Eppure, mi struggo ancora per quel bacio amorevole

ormai l’ho mancato

e ho perso il mio bagliore interiore

E vado, nelle notti, col cuore spezzato

i miei sentimenti cristallizzati

non-uditi e indesiderati 


Chiaro come il cristallo,

quest’amore è proprio irreale

non vissuto attraverso i giorni  e gli anni

Luce di cristallo, 

rifratta nella mia mente…

la farà mai splendere?


E ancora, mi struggo per quel brivido d’amore

ormai mi sento solo malata

ho perso la mia luce interiore

E così, non c’è ragione di restare

non c’è motivo di continuare

perdonami, luce di cristallo

perdonami, luce di cristallo 

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CRYSTAL LIGHT

"...pure light that has become matter."(AlbaSali)

Versione italiana al link:Luce di cristallo

Crystal Light is basically a gentle prayer to Light, concentrated in the image of crystal, one of the oldest and most beautiful witnesses to the origins of the universe. 'Crystals' is also the title of the collection of poems I intend to publish shortly. It is my passionate homage to the Light which, in an extreme outburst of love, imprisons itself in the densest matter, namely in the mineral state. 

This song was born out of a moment of discouragement and disorientation, in which I tend to perceive my life precisely as prison, frustration, stasis. Complicated by the situation of pan-dementia and the like, for more than two years I have been struggling to see some results, my efforts seem to go in vain and I feel no correspondence in any area of my daily life. Hence the invocation of a kind of metaphysical light to help me see clearly, to rediscover love where I perceive its absence, meaning where only insignificance seems to reign. 

If, however, I distance myself from my pain of living, 'Crystal Light' still represents the alchemical process of creativity that transforms suffering into song, gives restlessness a little beauty and makes defeat dignified, perhaps even bearable. 

Below is the video and the lyrics of the song:

CRYSTAL LIGHT


Crystal clear,

don’t wanna a live in fear

I’m wasting my best years

Crystal light,

refracted in my eyes

it burns, it makes me blind


But still, I crave that loving kiss

by now i got it missed

and lost my inner glow


I go, heartbroken through the nights

my feelings crystallized 

unheard and undesired


Crystal clear,

this love is just unreal

unlived through days and years

Crystal light

refracted in my mind

will ever make it shine?


and still, I crave that loving thrill

by now I just feel ill

I lost my inner glow

and so, no reason to stay here

no reason to keep trying

forgive me crystal light

forgive me crystal light

crystal light


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lunedì 22 agosto 2022

PERFETTI….SONO TUTTI PERFETTI

“Signore, dammi la castità e la continenza, ma non subito.” (Sant’Agostino)

English version at the link Perfect

Ci è stato detto che la materia, il corpo e il desiderio sono ‘male’. Siamo cresciuti nella pia illusione che, reprimendo bisogni e desideri,  ci avrebbero considerati ‘buoni’ e quindi degni di amore.

La materia può eventualmente rappresentare il male in senso ontologico, se la vediamo come il massimo grado di allontanamento dalla libertà dello spirito, di cui tuttavia è il polo necessario alla manifestazione. Certo, più la materia è densa, più è vincolata, vincolante  e capace di  opporre una tenace resistenza all’impulso creativo dell’Idea. 

Il corpo e le sue pulsioni sono anch’esse necessitate e necessitanti, tuttavia possono essere trasfigurati e santificati. Un esempio per tutti: fondere l’impulso sessuale animale all’amore e alla dedizione per un unico partner già implica un processo alchemico che redime la bestia e seduce l’angelo. 

Infine, il desiderio è il motore imprescindibile con cui la vita viene in essere ed esplora se stessa. Si può facilmente osservare come una persona con scarso desiderio cada nell’apatia e nell’inerzia. Questo potentissima energia può essere in qualche misura domata, se non perfino sollevata dal livello puramente quantitativo a quello qualitativo. Diventa così un’istanza sublime:  lo slancio verso la vera conoscenza e verso un amore meno contaminato che ci rende nobili servitori della Vita.

I più grandi maestri zen affermano che “ogni giorno è un giorno fortunato”: se sviluppiamo attenzione e consapevolezza, ci rendiamo conto che ogni attimo è diverso dal precedente ed è potenzialmente carico di doni. Anche un’emozione ‘negativa’ è un dono: si tratta comunque di energia, di un movimento capace di spingerci a indagare, a ri-cercare noi stessi. 

Non si diventa completi finché non si integrano tutti i colori dell’esperienza in questa dimensione; non si diventa autenticamente divini se prima non si è stati pienamente umani. Chi evita di agire o di ‘sporcarsi le mani’ perché mira solo alla perfezione resta spesso impigliato in un idolo mentale, algido, statico, talvolta  mortifero. Al contrario, l’intrinseca imperfezione della vita è continuo tentativo, calore e moto che creano una sempre nuova e inedita possibilità di bellezza. 

Ecco perché nel film ‘L’ultimo samurai’, Katsumoto, dopo aver trascorso la vita a cercare ‘il fiore perfetto’, in punto di morte riconosce che “tutti sono perfetti”. In un estremo saluto, la mente separata e separativa si discioglie, ammirando come tutti gli esseri siano le note e i timbri insostituibili di quell’unica, irripetibile sinfonia che è la vita, adesso.  

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PERFECT…THEY ARE ALL PERFECT

”Lord, give me chastity and continence, but not yet." (St Augustine)

Versione italiana al link Perfetti


We have been told that matter, the body and desire are 'evil'. We have grown under the pious illusion that, by repressing needs and desires, we would be considered 'good' and therefore worthy of love.

Matter, at most, can represent evil in an ontological sense, if we see it as the highest degree of estrangement from the freedom of the spirit, whose manifestation it nevertheless is. Certainly, the denser matter is, the more constrained, binding and capable of offering tenacious resistance to the creative impulse of the Idea.

The body and its drives are also necessary and necessitating, yet they can be transfigured and sanctified. An example for all: merging the animal sexual impulse with love and dedication for a single partner already implies an alchemical process that redeems the beast and seduces the angel. 

Finally, desire is the inescapable engine by which life comes into being and explores itself. One can easily observe how a person with little desire falls into apathy and inertia. This powerful energy can be tamed to some extent, if not even raised from the purely quantitative to the qualitative level. It thus becomes a sublime instance: the impetus towards true knowledge and towards a less contaminated love that makes us noble servants of Life.

The greatest Zen masters say that 'every day is a lucky day': if we develop attention and awareness, we realise that every moment is different from the previous one and it is potentially full of gifts. Even a 'negative' emotion is a gift: it is still energy, a movement that can push us to investigate, to seek ourselves. 

One does not become complete until one has integrated all the colours of experience into this dimension; one does not become authentically divine if one has not first become fully human. Those who avoid acting or 'getting their hands dirty' because they only aim at perfection often become entangled in a mental idol, algid, static, sometimes deadly. On the contrary, the intrinsic imperfection of life is continuous endeavour, warmth and motion that create an ever new and unprecedented possibility of beauty. 

That is why in the film 'The Last Samurai', Katsumoto, after spending his life searching for 'the perfect flower', at the point of death acknowledges that "everyone is perfect". In a final farewell, the separate and separative mind dissolves, admiring how all beings are the irreplaceable notes and timbres of the unique, unrepeatable symphony that is life, now. 

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lunedì 15 agosto 2022

I SISTEMI ENERGETICI

 “Torna a casa, Lassie!” (cit.)

English version at the link Energy Systems

A dispetto delle apparenze,  quest’articolo non tratterà gli impianti elettrici né i meccanismi metabolici del corpo umano. Per ‘sistema energetico’ intendo qui un organismo vivente formato da un gruppo strutturato di persone: una coppia, una famiglia, un gruppo di amici o di lavoro. Prendiamo, ad esempio, proprio la famiglia: non a caso è definita ‘sistema’ anche in psicologia, poiché è costituita da un insieme di elementi coordinati in un’unità funzionale - ahimè, talvolta perfino disfunzionale. 

Con ‘energetico’, invece, considero tutta una serie di meccanismi perlopiù inconsci, che i membri del sistema mettono in atto per la sopravvivenza del sistema stesso. Esattamente come un organismo vivente, il sistema ha una sua forma di coscienza e un suo istinto di sopravvivenza, anche aldilà delle apparenti ‘volontà’ o dichiarazioni d’intenti dei singoli elementi costitutivi. 

Un esempio classico: ci sono coppie in cui l’entità ‘relazione’ è molto più forte delle volontà dei due partner. Questi ultimi preferiscono litigare di continuo o  tradirsi ripetutamente piuttosto che lasciarsi e quindi ‘uccidere’ il sistema. 

Nelle famiglie invece, è il passaggio dello ‘svincolo’ dei figli ad essere caratterizzato da una forte ambivalenza. Si tratta di una dinamica normale finché rientra in certi limiti di età e di manifestazione; del resto, ogni sistema oppone resistenza al cambiamento, perché viene percepito come una ‘morte’. Tuttavia, in una famiglia sana, alla fine si lascia andare la prole e il sistema si ricompone includendo generi, nuore ed eventuali nipoti. Il ‘nuovo’ viene dunque integrato e accolto invece che escluso, negato e sabotato a priori. 

Tale rifiuto avviene quando il meccanismo si inceppa e ogni elemento di novità, che per caso entra in relazione o gravita intorno al nucleo familiare  originario, assume contorni  disturbanti e minacciosi. Allora tutto il sistema si organizza per difendersi e ‘farlo fuori’. 

Ripeto, questo accade a un livello di cui le persone non hanno la minima coscienza. Le resistenze, più sono inconsapevoli, più si manifestano come fatti esterni, indiscutibili e oggettivi. La figlia deve andare per un mese dal fidanzato in Germania? Guarda caso proprio in quei giorni la nonna sta male, il cane ha la diarrea, l’auto deve essere portata dal meccanico, il canarino ha gli attacchi di panico. Il figlio ha un colloquio di lavoro importante che potrebbe portarlo fuori dal nido? In quella precisa data ci sarà senza dubbio un importante e improrogabile appuntamento dal medico, dove il giovane dovrà  assolutamente accompagnare la madre o il padre. 

‘Assolutamente’, intendiamoci, è qualcosa di molto sottile: a livello di parole si  pronunciano frasi come ‘fai quel che ti senti, siamo felici per te’… ma a livello energetico il guinzaglio tira in casa il povero Lassie.

Si tratta di dinamiche che ho osservato, studiato e sperimentato più volte, in me e nelle persone che mi circondano, arrivando  alla disincantata conclusione che non ci sono né vittime né carnefici. Il figlio non emancipato, la fidanzata costantemente tradita o la madre immolata hanno ampiamente sottoscritto questo patto energetico di lealtà a un sistema disfunzionale. Nessuno, tranne loro stessi, può liberarli: quando il meccanismo è incancrenito, al massimo può intervenire un evento-shock, che raramente è di tipo lieto. Il positivo, infatti, implica saper sostenere e nutrire la vibrazione di gioia, entusiasmo e amore; dote quantomai rara nell’essere umano medio, specialmente di una certa età. Nella maggior parte dei casi, si resta quindi nel beato status quo a meno che non arrivino lezioni dure ed esperienze traumatiche a farci muovere un po’ le chiappe. 

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ENERGY SYSTEMS

 "Lassie Come Home" (cit.)

Versione italiana al link  I sistemi energetici

Despite appearances, this article will not deal with the electrical systems or metabolic mechanisms of the human body. By 'energy system' I mean here a living organism made up of a structured group of people: a couple, a family, a group of friends or a work group. Take, for example, the family: it is no coincidence that it is also referred to as a 'system' in psychology, since it consists of a set of elements coordinated in a functional - alas, sometimes even dysfunctional - unity. 

By 'energetic', on the other hand, I consider a whole series of mostly unconscious mechanisms that the members of the system put in place for the system's survival. Exactly like a living organism, the system has its own form of consciousness and survival instinct, even beyond the apparent 'wills' or declarations of intent of the individual constituent elements. 

A classic example: there are couples whose 'relationship' entity is much stronger than the wills of the two partners. The latter prefer to quarrel continuously or betray each other repeatedly rather than break up and thus 'kill' the system. 

In families, on the other hand, it is the step of children’s emancipation that is characterised by strong ambivalence. This is a normal dynamic as long as it is within certain limits of age and manifestation; after all, every system resists change because it is perceived as a 'death'. However, in a healthy family, eventually the offspring are let go and the system recomposes itself by including sons-in-law, daughters-in-law and possible grandchildren. The 'new' is thus integrated and welcomed; not excluded, denied and sabotaged a priori. 

This happens when the mechanism breaks down and every element of novelty, which by chance enters into relationship with or gravitates around the original family unit, takes on disturbing and threatening contours. Then the whole system organises itself to defend itself and 'take him out'. 

Again, this happens at a level of which people are not aware. The more unconscious resistances are, the more they manifest themselves as external, indisputable and objective facts. The daughter has to go to her boyfriend's in Germany for a month? It just so happens that on those days the grandmother is sick, the dog has diarrhoea, the car has to be taken to the mechanic, the canary has panic attacks. The son has an important job interview that might take him out of home? On that day, there will undoubtedly be an important and unpostponable doctor's appointment, where the youngster absolutely must accompany his mother or father. 

'Absolutely', mind you, is something very subtle: at the level of words, phrases like 'do what you feel, we're happy for you' are uttered... but at the level of energy, the leash pulls poor Lassie in. 

These are dynamics that I have observed, studied and experienced many times, in myself and in the people around me, coming to the disenchanted conclusion that there are neither victims nor perpetrators. The unemancipated son, the constantly betrayed girlfriend or the immolated mother have largely subscribed to this energetic pact of loyalty to a dysfunctional system. No one but themselves can free them: when the mechanism is entrenched, at best a shock event can intervene, which is rarely a happy one. The positive in fact implies being able to sustain and nurture the vibration of joy, enthusiasm and love; a rare endowment in the average human being, especially of a certain age. In most cases, we therefore remain in the blissful status quo unless hard lessons and traumatic experiences come along to get us off our asses a bit. 

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mercoledì 3 agosto 2022

COGLIERE LE OCCASIONI

“Alla mia età, devo evitare la tensione.”(Arnold Bennett)

English version at the link Taking chances

Proprio qualche giorno fa riflettevo, con un’amica, di come la vita presenti a tutti delle opportunità per migliorare e crescere, anche se  spesso in aperto contrasto con le nostre abitudini o il nostro comodo status quo.

L’intelligenza della persona si misura proprio  in base alla sua capacità di riconoscere tali occasioni per evolvere e di saperle cogliere. Sembra ci sia un’età limite dopo la quale, se non si sono fatti determinati passi di emancipazione, probabilmente non saremo più capaci di compierli. Questo limite può variare a seconda dei contesti culturali, tuttavia per quello che osservo intorno a me, si aggira tra i 30-35, massimo 40 anni. 

Se non si è usciti dalla casa dei genitori o non si sono fatte esperienze di matrimonio e convivenza nel giro di quegli anni, sarà ben difficile che si sia in grado di farle dopo, a meno di eventi particolari. Dopo i quarant’anni, tutto ciò che è cambiamento viene percepito come doppiamente minaccioso e basta un micro-pensiero disturbante a bloccare ogni nostro estro creativo o slancio temerario. Le nostre emozioni sono ormai sclerotizzate e poco vitali, il nostro senso dell’avventura pari a quello di un timido pangolino, la nostra carica erotica si avvicina asintoticamente allo zero.  Diciamolo: stiamo bene nei nostri piccoli comfort e nella nostra rassicurante routine, anche se ogni tanto ci annoiamo o recriminiamo che la vita ‘non ci ha offerto occasioni’. 

Facciamo un esempio classico: sono una donna sulla quarantina, sempre vissuta con i genitori, e arriva un uomo che mi piace, magari anche con una casa di proprietà. Dopo un po’ che ci frequentiamo, mi chiede di far crescere la nostra relazione e andare a vivere insieme. La reazione? “Certo caro, sarebbe un sogno, ma…” e parte il rosario di pretesti,  sebbene tutti ineccepibili e sensati : non abbiamo un lavoro stabile, dobbiamo accudire i genitori anziani, dobbiamo badare il cane, cambiare la lettiera al gatto, traslocare l’ecumenico guardaroba e gli accessori per trucco e parrucco. Così rimandiamo all’infinito - e allo sfinimento del poveretto - il passo fuori dall’utero materno.

Poi il tempo passa, il fidanzato passa e noi siamo sempre lì, bimbi viziati e non cresciuti, a lamentarci che le occasioni capitano solo agli altri, che l’universo è ingiusto e crudele, che mi meritavo quel posto di lavoro o quei soldi che ‘sicuramente’ mi avrebbero fatto andare a vivere per conto mio o a convivere con il partner. Di rado ci rendiamo conto che le nostre esistenze un po’ misere sono gli effetti puntuali di cause mosse da noi, che abbiamo mancato le nostre opportunità per pigrizia, immaturità e paura della stessa vita. 

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TAKING CHANCES

 "At my age, I must avoid stress"(Arnold Bennett)

Versione italiana al link: Cogliere le occasioni

Just a few days ago I was reflecting with a friend about how life presents everyone with opportunities to improve and grow, even if they are often in open conflict with our habits or our comfortable status quo.

A person's intelligence is measured precisely by his or her ability to recognise such opportunities to evolve and to know how to seize them. There seems to be a limit age after which, if certain emancipatory steps have not been taken, we will probably no longer be able to take them. This limit may vary depending on cultural contexts, but from what I observe around me, it is somewhere between 30-35, maximum 40 years. 

If one has not left the parental home or has not experienced marriage and cohabitation within those years, one will hardly be able to do them afterwards, unless there are special events. After the age of forty, everything that is change is perceived as doubly threatening and all it takes is a disturbing micro-thought to block our every creative flair or reckless impulse. Our emotions are now sclerotized and not very vital, our sense of adventure equal to that of a timid pangolin, our erotic charge asymptotically approaching zero.  Let's face it: we are fine in our small comforts and our reassured routine, even if we occasionally get bored or complain that life 'hasn't offered us opportunities'. 

Let's take a classic example: I am a woman in her forties who has always lived with her parents, and along comes a man I like, perhaps even with a house of my own. After a while of dating, he asks me to grow our relationship and move in together. The reaction? "Of course, darling, it would be a dream, but..." and the parade of excuses begins, all of them impeccable and sensible: we don't have a steady job, we have to take care of our elderly parents, we have to look after the dog, change the cat's litter box, move the seven hundred clothes and accessories for hair and make-up. So we postpone endlessly - and to the poor man's exhaustion - the step out of the womb.


Then time passes, the boyfriend passes, and we are always there, spoilt and ungrown children, complaining that opportunities only happen to others, that the universe is unfair and cruel, that I deserved that job or that money that 'surely' would have made me move out on my own or live with my partner. We seldom realise that our a little miserable existences are the punctual effects of causes driven by us, that we have missed our opportunities through laziness, immaturity and fear of life itself.



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